La ripassata a Fastweb
I vertici vecchi e nuovi si difendono, la vera paura è il commissariamento
L’ex capo azienda, Silvio Scaglia, torna oggi in Italia e si dice “totalmente tranquillo”. L’attuale amministratore delegato, Stefano Parisi, ha tenuto una conferenza stampa ieri per assicurare che “l’azienda non ha mai compiuto azioni criminali, non ha fondi neri, non ha commesso reati fiscali”. Così i vecchi e nuovi vertici di Fastweb rispondono all’inchiesta per frode fiscale e riciclaggio nel settore tlc che coinvolge, oltre alla società milanese quotata, anche Telecom Italia Sparkle.
5 AGO 20

Difficile, sulla piazza milanese, trovare esperti di diritto disposti a parlare della vicenda. I personaggi coinvolti come Silvio Scaglia o Riccardo Ruggiero sono troppo noti, troppo parte della community finanziaria meneghina perché se ne possa discorrere tranquillamente, senza timore di maramaldeggiare o, all’opposto, di prendere aprioristicamente le difese di qualcuno in nome di una vecchia amicizia. Però, i pareri prevalenti sono di perplessità rispetto alle misure adottate dai magistrati. I rilievi si appuntano sull’uso della legge 231 del 2001, che prevede anche sanzioni penali dirompenti per la società e non solo per singoli dipendenti o dirigenti: “La 231 è una legge pericolosa, scritta male e applicata ancora peggio – dice al Foglio uno dei più noti avvocati milanesi, che chiede l’anonimato – Prima di tutto ribalta un principio cardine dell’ordinamento giudiziario, introducendo il principio che la responsabilità penale non è personale ma è estendibile a soggetti giuridici, alle società”.
E’ in particolare la prospettiva del commissariamento di una società quotata a lasciare sbigottiti diversi avvocati: “Chiedere il commissariamento appare, a un primo esame della vicenda, francamente improprio – sottolinea il legale milanese – I fatti risalgono al periodo 2003-2006. Che cosa c’entra la Fastweb di oggi con quella di allora? Come si sa, sono cambiati gli azionisti di controllo, che ora sono gli svizzeri di Swisscom”. Su questo aspetto si concentra anche Marcello Clarich, partner dello studio Freshfields Bruckhaus Deringer e docente di Diritto amministrativo alla Luiss di Roma: “La legge prevede sanzioni interdittive quando l’ente in questione abbia tratto rilevante entità dal fatto, ma che con i fatti contestati i ricavi della società siano aumentati dell’1 per cento”. A chi sottolinea la portata dirompente per le aziende della 231 replica Giacomo Lunghini, docente di Diritto penale commerciale: “La previsione di sanzioni parapenali e non solo di tipo amministrativo o risarcitorio in capo alle società ha una ratio giusta. In questo modo si cerca di disincentivare condotte inefficienti e illecite. Nelle scelte aziendali, quindi, si inserisce un rischio penale che mira però a un’etica negli affari”.